Durante il suo viaggio scriveva appunti e raccontava le sue esperienze su un diario. Incontrava molte persone interessanti e con queste chiacchierava molto volentieri. Gli offrivano i loro prodotti, glieli facevano assaggiare. Gli raccontavano delle loro quotidiane fatiche mostrandogli le mani rovinate dal pesante lavoro.
L’esploratore sempre più affascinato continuò a remare. Si spinse oltre gli oceani conosciuti. Un giorno approdò in un gruppo di isole che la carta chiamava Marchette. Le popolazioni che vi abitavano erano chiuse. Assai poco accoglienti. Le uniche parole che riuscivano a dire erano: "Io dare buono nettare a te, tu dare scrittura a me".
All’inizio non riusciva proprio a capire il senso di tutto ciò. Si sforzava in ogni modo di interpretare quelle parole. "Io dare bevanda che ti toglie sete a te, tu scrive di me". Il nostro amico tentava con ogni gesto di spiegargli che lui accettava si di buon grado il loro regalo ma che non capiva con cosa loro volessero essere ricambiati. "Io dare cosa gratis a te, tu dare scrittura a me". Forse gli indigeni non volevano niente altro che una penna con cui poter scrivere. Ma questi continuavano: "io dare vino a te, tu non pagare me. Allora scrivere belle cose su quello che io ho dato te".
Quando l’esploratore riusciva a far capire loro che non per forza avrebbe scritto dei loro doni sul suo diario questi si giravano e con fare scocciato tornavano nelle loro capanne. "Niente parole? Allora con cavalo io dare vino te!"
L’esploratore pensando a quelle bizzarre pretese riprese a navigare consapevole ora che nello sconfinato mare le richieste delle Marchette non sarebbero state un caso isolato.
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